Archivio del Tag 'riformista'

Solo i parroci possono salvare i Cheyenne

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Il re è nudo…e con lui i vari cortigiani. Il regno è quello di Bassolino. Una crisi che rileva l’asfittico sistema politico cittadino. Un partito di maggioranza relativa che si è mostrato negli anni sempre più oligarchico e conseguenzialmente autoreferenziale, ingessando qualsiasi dibattito interno. Come sempre è mirabile il commento di Emanuele Macaluso sulla situazione campana.

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Tutto ciò non si placa!. Andando a spulciare la lista dei totocandidati in Campania, si capisce che nulla cambia. Come sempre pungente il commento dell’amico Ugo Della Corte, parafrasando il tutto al vile massacro dei Cheyenne ad opera del Colonnello Chivington:

di Ugo Della Corte

occupando l’importante posizione di comandante di un distretto militare, che gli ha concesso l’onore di governare tutto ciò che rientra nei suoi poteri, ha deliberatamente organizzato ed eseguito un folle e vile massacro in cui numerose sono state le vittime della sua crudeltà. Egli conoscendo chiaramente la cordialità del loro carattere, avendo egli stesso in un certo senso tentato di porre le vittime in una condizione di fittizia sicurezza, ha sfruttato l’assenza di alcun tipo di difesa e la loro convinzione di sentirsi sicuri per potere gratificare la peggiore passione che abbia mai attraversato il cuore di un uomo“.

Non è il commento di un elettore Campano del PD dopo aver letto le liste elettorali, ma le risultanze del Comitato per la condotta della guerra al termine dell’indagine sulle responsabilità per il massacro di Sand Creek realizzato ad opera del colonnello Chivington ai danni delle tribù Cheyenne e Arapaho.

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L’altruismo di Blair

<< Bisogna aiutare non solo chi vivie in povertà e nel bisogno, ma anche coloro che stanno bene e che vogliono star meglio, ambiziosi per se stessi e per le loro famiglie>>

Tony Blair

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Quando consumatore e cittadino hanno lo stesso peso

L’idea guida di ogni politica progressista è quella di trasferire il potere dai fornitori ai cittadini

Tony Blair

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Riformista e riformismo

Il Riformista non separa mai la proposta dal contesto generale; non procede per scelte isolate, ignorando i problemi. Uno dei pregi della politica riformista è il contributo che dà alla chiarezza.

Il Riformismo è una collocazione priva di idealità e scomoda per definizione, perchè si sottomette a molti obblighi tanto per motivare le proprie scelte e i propri propositi, quanto nel dimostare la fattibilità e convenienza di quello che ci si propone di fare.

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…Poca politica più politiche, poche chiacchiere e più soluzioni

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Il primo incontro pubblico dei Volenterosi - Milano, 29 Gennaio 2007.

Stralcio dell’intervento di Antonio Polito

<< (…) Un aspetto cruciale della filosofia dei volenterosi deve essere “una cosa alla volta“, prendere un aspetto cruciale di un problema per poi affrontarlo per via legislativa.
(…) Il memorandum siglato tra il governo e sindacato enuncia principi importanti, innanzitutto quello della verifica dell’efficienza anche individuale e dell’apertura del controllo pubblico, principi positivi che si devono anche alla forte pressione dell’opinione pubblica, complice anche il fortunatissimo libro di Pietro Ichino, ma anche perchè il cittadino avverte il problema di eticità della spesa pubblica, e siccome è finanziata dalle sue tasse avverte anche un problema di giustizia sociale Quello che però pare evidente, è che noi non raggiungeremo mai gli obiettivi scritti se non si fa entrare nella partita un terzo soggetto interessato al funzionamento della Pubblica Amministrazione. Oltre al datore di lavore (Governo) e ai rappresentanti dei lavoratori (Sindacato) deve avere voce e potere il cittadino-utente, cioè la generalità di tutti gli italiani. Nè il datore di lavoro (Governo) nè i lavoratori hanno infatti il diritto di impedire, come avviene oggi, agli utenti del servizio, di conoscere, valutarne e misurarne l’efficienza. Ed è stato esattamente la mancanza di questo terzo attore protagonista ad aver impedito fino ad ora che tutti i buoni propositi si realizzassero. Non ci sarà nessuna possibilità di riforma se il gioco resta a due. Il punto di domanda è: chi può permettere che ciò non avvenga più?
Il governo in questi giorni si è lanciato in una azione riformatrice fatta a nome del cittadino-consuatore, e naturalmente il riformista non può che essere compiaciuto, ma sarebbe inaccettabile se il governo si dimostrasse rigoroso con le rendite dei privati e tollerasse la sua posizione di rendita come imprenditore, in un settore in cui non ha concorrenza, perchè se esiste un imprenditore che non ha concorrenza questo è lo stato nella Pubblica Amministrazione. Infatti l’azione del governo si è concentrata sul consumatore (vedi liberalizzazioni, banche, barbieri, distributori di benzina, gestori telefonici, etc), ma non ha riguardato il cittadino; cioè quando il consumatore si trova difronte alla Pubblica Amministrazione.
Nel mercato il consumatore ha il potere di scelta; se il servizio non lo soddisfa o costa troppo esce e si rivloge altrove, e lo stato agevola questo potere di scelta con le autority che tutelano la concorrenza, ma quando il consumatore è cittadino, ossia si rivolge alla Pubblica Amministrazione, egli non dispone di questo potere di scelta, non può cambiare negozio, banca o gestore telefonico, ha solo un potere, quello di avere voce, cioè di far pesare la propria opinione e il proprio giudizio. Ecco che lì dove non è possibile introdurre le logiche del mercato occorre un’autority che garantisca all’utente la possibilità di avere voce, conoscere, valutare, misurare la congruenza di quanto spende per il servizio con quanto ricava da quel servizio. In assenza di quella voce e del suo potere di produrre conseguenze concrete, per esempio incentivi a chi lavora bene e di punizione a chi lavora poco, male o per niente, il potere politico è portato a perseguire altri fini, che non sono quelli dell’imprenditore privato che punta al profitto, ma punta al consenso, controllo clientelare sulla dirigenza o sul personale, e il potere sindacale è portato a proteggere i suoi rappresentanti, anche quando magari non sarebbe giusto proteggerli.
Ecco perchè deputati e senatori hanno prenstato un disegno di legge (qui) per l’Istituzione di un’autority per la valutazione e l’efficenza del rendimento delle strutture e dei dipendenti pubblici, sulla scorta della proposta avanzata da Pietro Ichino.
(…) Questo può essere un esempio di come condurre le riforme: ricevere input dalla società, verificarne il consenso popolare, trasformarlo in azione politica e raccogliere forze intorno ad esso.>>

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La sindrome antiriformista

Da un articolo di Pietro Ostellino sul Corriere della Sera di Aprile 2005

Nel 2001, un certo numero di italiani, inferiore al totale dei consensi ottenuti dal centrodestra, aveva sperato fosse arrivato al governo un clone di Margaret Thatcher. Ma era solo Silvio Berlusconi. Ora, altri italiani, anch’essi minoritari rispetto ai consensi del centrosinistra, sperano che, nel 2006, arrivi al governo un clone di Tony Blair. Ma temono sia solo Romano Prodi. Forse però Berlusconi, che non è riuscito, o non ha voluto essere la Thatcher, e Prodi, che non è Blair, né, forse, aspira a esserlo, sono solo la metafora della «sindrome antiriformista», della quale, a destra come a sinistra, soffrirebbe il Paese. La domanda che ci si dovrebbe porre non è, allora, «da chi» gli italiani vogliano essere governati, bensì «come» vogliano essere governati. Di fronte al clamoroso fallimento del riformismo di centrodestra e alla preoccupante - ma non casuale - afasia di quello di centrosinistra temo che la non confessata e non confessabile risposta degli italiani sia questa: come lo siamo sempre stati. Le generiche dichiarazioni di buone intenzioni dietro le quali si barricano sempre più spesso i nostri uomini politici - «il Meridione non è un problema, è un’opportunità», «occorre recuperare competitività alla nostra economia»; Vendola che oppone ai dati del governatore uscente, Fitto, «la poesia» (e vince!) - non sono altro, infatti, che una sorta di abdicazione della Politica, con la «P» maiuscola, di fronte all’ostilità degli interessi organizzati per le riforme e persino al diffuso desiderio di conservazione della gente comune. Un modo della politica, con la «p» minuscola, di difendersi, rifugiandosi nell’ordinaria amministrazione. Direbbe il sociologo, sono il rifiuto, da parte dei singoli schieramenti, di individuare e definire una propria constituency, una propria «base sociale», nella convinzione di poter accontentare tutti.
Nei Paesi in cui la scelta di schieramento è anche scelta fra programmi alternativi, conservatore e progressista, chi ha un programma ben definito è condannato a scontentare qualcuno, i cui interessi il suo programma minaccia di mettere in discussione. E’ la logica della Politica. Ma, da noi - a differenza di quanto è accaduto nella Gran Bretagna della Thatcher e di Blair, negli Stati Uniti di Reagan, Clinton e Bush, e sta accadendo nella Germania di Schröder - la classe politica non sembra disposta ad affrontare tale logica perché sa che il Paese la punirebbe. Siamo tutti riformisti solo quando il riformismo riguarda gli altri.
Così, dopo la sconfitta, nel centrodestra è partita la corsa di tutti contro tutti al recupero dei consensi delle antiche clientele. C’è chi pensa si debba lisciare il pelo ai sindacati, rinnovando il contratto del pubblico impiego alle loro condizioni; riprendere a concedere sussidi a pioggia al Meridione e alle imprese; tollerare i molti parassitismi; non parlare più di liberalizzazione delle professioni, privatizzazione di certi servizi statali e locali, apertura al mercato del sistema finanziario. «Come prima, più di prima» recitava una vecchia canzone. E, probabilmente, già lo pensano molti, anche a sinistra. Per vincere le elezioni non servono i programmi. Anzi. E’ sufficiente, e meglio, ammiccare.

Si dice che ogni Paese abbia la classe politica che si merita. Il paradosso nostrano è che gli italiani sono riusciti sia a votare Berlusconi, credendolo il clone della Thatcher, sia a bocciare, poi, ciò che è stato e che, in fondo, più ne rifletteva i vizi. La parodia di una rivoluzione liberale. Annunciata e non realizzata.

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Palingenesi e pale

di Guido Fusco da Il Riformista di febbraio 2004

Caro direttore,

Federico Caffè nel suo libro «La solitudine del riformista» sosteneva che «il riformista è ben consapevole di essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi. (…) Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un sistema, di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino». Ora che questo riformista non è più solo, sicuramente può agognare ad essere più apologeta di questa società e più becchino dei palingenitici.

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