Archivio della categoria: ricerca & istruzione

La porcata di fine legislatura

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In un paese “normale” se qualcosa deve essere fatta entro una certa scadenza è perchè quella data di scadenza è ritenuta essenziale e confrome con principi di sana amministrazione. Tutto questo ripeto, in un paese “normale“.

Naturalmente, in Italia tutto questo non accade e chiunque può far conto sulla possibilità di proroga dei termini perentori facendo affidamento sulla propria lobby di riferimento.

L’odioso decreto milleproroghe (leggi) che sta alzando la spesa pubblica con il consueto beneplacito dei due schieramenti, è prova evidente di ciò che accade, e che sciaguratamente è già stato convertito in legge (leggi).

Tra i numerosi articoli del decreto, ve ne evidenzio uno in particolare - sarà per una mia idosincrasia - che mette in evidenza il folle meccanismo dei concorsi universitari che consente di creare posti di idoneità per ogni concorso di ordinario, associato, etc.. Vi segnalo l’articolo del Sole24 ore dove spiega minuziosamente la porcata perpretata (leggi).

Tutto questo, non sembra essere una notizia, nè per i benpensati intellettuali di sinistra, troppo occupati a segnalare le leggi ad personam - degli altri naturalmente - , e nè tantomeno per la classe dirigente sindacale invasa a coalizzarsi efficacemente per allargare allegramente i cordoni della borsa, in cambio di immediati particolari consensi tra i suoi iscritti.

Vi suggerisco la meritoria iniziativa de La Voce.info (Leggi l’introduzione della redazione) la quale, tramite un suo abituale editor (Articolo di Tito Boeri), cerca di effettuare la solita “vigilanza rivoluzionaria”, e che purtroppo, non saranno riprese da nessun organo di informazione; non, almeno, con quella ampia risonanza e clamore che meriterebbero.

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Una firma per la Ricerca in Italia

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Per restituire alla Ricerca Scientifica del nostro Paese quel ruolo di alta consulenza che svolge i tutti gli altri Stati sviluppati.

Firma il documento su www.salmone.org

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Una lezione sulla sicurezza alimentare

dal sito www.salmone.org

Come illustrano molti documenti della sezione “luoghi comuni” di questo sito, l’importante da un punto di vista mediatico è fare notizia a costo di spararla grossa, tanto la smentita verrà relegata in qualche sperduto trafiletto. Questa volta non solo viene ridicolizzata la “bufala” della notizia che la soia GM uccide ratti neonati e rende impotenti i ratti maschi, ma ci viene somministrata una vera e propria lezione di come si conducono i test per la sicurezza alimentare.

Questa lezione è dedicata sopratutto a tutti gli altri tipi di alimenti derivanti da agricoltura tradizionale, biologica, biodinamica e simili che al contrario di quella da OGM non devono passare alcun test per la sicurezza alimentare.

Scarica (qui) l’articolo scientifico

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Un libro bianco con tratti neri

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E’ iniziato questa mattina il seminario di presentazione del “Quaderno bianco sulla scuola” (scarica), il Rapporto redatto congiuntamente dal ministero dell’istruzione e dal ministero dell’economia per analizzare, in vista della prossima Finanziaria, la situazione della scuola italiana e le possibilità di evoluzione e sviluppo. Impietosa è la radiografia della situazione sui risultati. Esiste un divario enorme di competenze tra studenti del Nord e del Sud Italia, non spiegabile soltanto dal divario di risorse.
Ciò che colpisce, è ancora una mancanza di visione di come gestire le risorse umane (docenti), se non con dichiarazioni del tipo: <<entro i prossimi cinque anni saranno assunti tutti i precari della scuola.>>.

Sul sito www.lavoce.info, un commento ai vari punti. Mi è sembrato interessante, anche perchè dell’idea sono un gran sostenitore, l’intervento di Andrea Ichino che vi riporto di seguito.

Se la selezione resta fuori dall’aula
di Andrea Ichino

Il Quaderno bianco potrebbe essere ancora più esplicito, ma il messaggio per il ministro Fioroni nelle pagine dedicate all’organizzazione delle risorse umane è chiarissimo: “le caratteristiche dell’attuale assetto vanno in direzione difforme da quella suggerita dalle evidenze internazionali oltre che dal buon senso”.

È infatti in primo luogo il buon senso, oltre che una sconfinata mole di ricerca teorica ed empirica nell’area della “Personnel economics”, a suggerire che la gestione delle risorse umane nella scuola italiana sia un fallimento in entrambi i suoi pilastri fondamentali: la selezione e l’incentivazione del personale. Così come attualmente strutturati i due pilastri potrebbero funzionare solo se gli insegnanti fossero tutti santi, missionari e dotati naturalmente di caratteristiche perfette e inossidabili per fare il loro lavoro.

Se il ministro concorda sul fatto non ci si possa attendere dagli insegnanti di avere queste caratteristiche, i due pilastri vanno ricostruiti ex novo.

Selezione del personale

I lavori di Hanushek e altri, citati dal Quaderno bianco, mostrano in modo inequivocabile che ci sono caratteristiche individuali e persistenti nel tempo degli insegnanti, in virtù delle quali chi è “bravo” lo è in qualsiasi scuola e con qualsiasi gruppo di studenti, mentre è poco frequente il caso di insegnanti “bravi” in un contesto e non in un altro. Chiamatelo come volete, ma l’evidenza empirica (e anche le esperienze personali) suggeriscono che esista un “talento del saper insegnare” che non tutti hanno in ugual misura. E ben poco può fare la formazione professionale per sopperire alla mancanza di talento, poiché serve a poco versare acqua dove nulla può crescere.

Questo è vero per molte professioni, e non a caso la selezione del personale è forse il problema più difficile da risolvere nella gestione delle risorse umane, ma ciò che qui importa è che il sistema dei concorsi pubblici è palesemente incapace di evitare l’assunzione di persone che non dovrebbero fare gli insegnanti. Prima ancora che un problema di incentivazione, gli “insegnanti fannulloni” di cui tanto si parla sono il sintomo di una selezione sbagliata del personale all’inizio della carriera. Se un appunto può essere fatto al Quaderno bianco, è che sul problema dei concorsi e del reclutamento dice troppo poco.

In particolare, il Quaderno non mette in luce il motivo strutturale che impedisce ai concorsi pubblici italiani di selezionare in modo efficiente gli insegnanti. Che è semplice: chi sceglie, ossia la commissione concorsuale, non subisce le conseguenze di una scelta sbagliata. Nella migliore delle ipotesi, si limita alla verifica di requisiti burocratico-formali che spesso non garantiscono l’esistenza di una reale “capacità di insegnare”, guardandosi bene dal prendere in considerazione ben più rilevanti caratteristiche sostanziali, per il timore di accuse di arbitrarietà discriminatoria. Nell’ipotesi peggiore, ma purtroppo frequente, l’arbitrio della commissione viene mascherato sotto il velo della correttezza burocratico-formale non per selezionare il meglio, ma solo al fine di far passare i raccomandati di turno.

In questo come in altri settori della pubblica amministrazione, è necessario sostituire il sistema concorsuale con un sistema in cui le decisioni di assunzione vengano prese da chi sopporta le conseguenze di decisioni sbagliate, ossia in primo luogo dai presidi di ciascuna scuola. Chiamiamoli pure concorsi locali e stabiliamo con chiarezza e trasparenza quali requisiti formali oggettivi i candidati debbano avere, ma lasciamo anche spazio per una valutazione del “non misurabile” da parte dei presidi: non ci saranno rischi di corruzione se la valutazione di performance delle scuole (su cui il Quaderno opportunamente fa numerose dettagliate proposte) verrà utilizzata per premiare i presidi che facciano scelte giuste. E anche in assenza di questo, ci saranno i genitori e gli studenti a premere perché i presidi non facciano errori. E la pressione va benissimo per questo e altri problemi, purché ai presidi vengano dati gli strumenti giusti per governare le risorse umane a loro affidate.

Incentivazione del personale

È di nuovo il buon senso prima ancora che la teoria economica a suggerire che solo dei santi possono essere disposti a dare il massimo senza ricevere alcun compenso per il loro impegno. È giunta l’ora di mettere in soffitta l’ipocrisia di chi ritiene che l’insegnamento sia una missione da non svilire abbinandola a problemi di “vil denaro”.

I fatti sono chiarissimi nelle tabelle del Quaderno bianco: non è che gli insegnanti italiani siano pagati drammaticamente meno che negli altri paesi in termini di retribuzione oraria o annua. Anche senza questa evidenza, basterebbe a dimostrarlo il fatto che i concorsi hanno un numero di candidati largamente superiore ai posti disponibili. Quindi per molti, a conti fatti, la carriera dell’insegnante è attraente proprio perché paga relativamente bene per quanto concretamente richiesto dal datore di lavoro.

Il vero problema è che la retribuzione e la progressione di carriera degli insegnanti sono interamente determinate dall’anzianità di servizio o da incarichi particolari, e completamente indipendenti dall’impegno profuso e dai risultati ottenuti, comunque misurati. Per gli insegnanti non esistono nemmeno promozioni tra livelli, ancorché meramente contrattuali, come invece accade in altri settori della pubblica amministrazione.

La soluzione è una sola ed è urgente: le retribuzioni e le carriere degli insegnanti devono dipendere in misura maggiore dalla performance, misurata almeno a livello di scuola e possibilmente anche al livello di ogni singolo lavoratore. È ipocrita nascondersi dietro il dito della difficoltà di misurare l’input e l’output. Il Quaderno bianco è pieno di suggerimenti interessanti a questo proposito e avrebbe potuto farne altri ancor più coraggiosi.

Ma soprattutto è bene chiarire che questo è un terreno in cui, per trovare la soluzione migliore, è necessario sperimentare combinazioni di meccanismi di incentivazione, mentre è del tutto inutile discutere quale essa sia su un piano ideologico di principio. Ha ragione chi dice che il lavoro degli insegnanti non può essere misurato solo in termini di input, ad esempio giorni di presenza. Così come non può essere valutato solo sulla base di indicatori misurabili di output, ad esempio, la performance degli studenti in livello o variazione o i giudizi dei genitori. Ha anche ragione chi sottolinea l’esistenza di componenti della valutazione di un insegnante non riducibili a numeri e che devono avere una rilevanza anche se suscettibili di dipendere in modo arbitrario dalle opinioni dal valutatore. Il mix giusto può essere trovato solo sperimentalmente e deve essere individuato da chi sopporta le conseguenze della scelta di un mix sbagliato. Ancora una volta dovrebbe toccare ai presidi la sperimentazione e la scelta della soluzione più adatta alla loro scuola, nell’ambito di linee guida molto generali stabilite dal ministero. Questo a condizione che ai presidi, e via via a chi sta sopra di loro, siano stati indicati gli obiettivi da perseguire e gli incentivi corrispondenti.
Al vertice della piramide ci sta il ministro: tocca a lui cominciare dai suoi collaboratori.

 

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Il mercato non va all’Università

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da www.lavoce.info

Il 3 maggio, il ministro dell’Università e della ricerca, Fabio Mussi, ha presentato la sua proposta di regolamento per il reclutamento dei ricercatori.

Il nuovo processo consiste di due fasi. Nella prima, una commissione di sette revisori esterni (cinque italiani e due stranieri), effettua una scrematura dei candidati, sulla base delle “pubblicazioni scientifiche, o altre tipologie di prodotti scientifici”. Nella seconda fase, una commissione interna all’ateneo che ha bandito il concorso valuta:

a) i curricula scientifici e didattici;

b) le lettere di referenza sottoscritte da esperti esterni all’ateneo;

c) i giudizi espressi dai revisori esterni;

d) una prova seminariale pubblica;

e) i “pareri valutativi” espressi da “strutture didattiche e scientifiche dell’università ” dove il concorso è stato bandito.


La proposta Mussi rivela alcuni elementi di indubbia novità, che si richiamano al sistema anglosassone: dalle lettere di presentazione alla prova seminariale. Tuttavia, non pare destinata a incidere efficacemente sulla realtà universitaria italiana.
Ci soffermiamo su alcuni aspetti, espressione dell’errore di adottare solo alcune caratteristiche di altri sistemi, senza coglierne lo spirito complessivo. Più in generale, la riforma tradisce una profonda, ideologica diffidenza verso un meccanismo genuinamente di mercato, la sua capacità di autoregolarsi e correggersi, e il nesso inscindibile tra autonomia, potere e responsabilità.

Mercato, centralizzazione e affinità elettive

L’intervento di una commissione centrale, anche se consentisse una classifica “assoluta” dei ricercatori, non sarebbe comunque in grado di cogliere un aspetto cruciale: solo una valutazione decentralizzata da parte delle singole università consente di scoprire le affinità dei candidati con ogni particolare dipartimento. Nel mercato del lavoro, e in particolare in quello accademico, il “matching” di un ricercatore con un dato dipartimento è spesso tanto importante quanto la qualità assoluta del candidato secondo qualche parametro. Il costo di una cattiva allocazione dei professori nelle università può essere molto elevato in termini di minore motivazione e creatività nell’insegnamento e nella ricerca. Negli Stati Uniti, per esempio, vi sono università e dipartimenti che si specializzano nella ricerca, e altri che si specializzano nell’insegnamento, attribuendo quindi peso diverso alle diverse abilità di un candidato. Ogni università, o meglio ogni singolo dipartimento, dovrebbe avere il potere di scegliere il candidato più adatto alle sue caratteristiche e alla posizione che si apre.

Perché un limite al numero di domande?

La proposta Mussi impone un numero massimo di università a cui un candidato può fare domanda, per una data “tornata” di concorsi. I modelli accademici di maggior successo non hanno questi limiti. Anzi, potersi proporre in più dipartimenti svolge un importante ruolo nel buon funzionamento del mercato accademico. Visitandone un certo numero, un giovane ricercatore ha l’opportunità di farsi conoscere da più colleghi. E viceversa. Così, una volta stabilitosi in un ateneo, il ricercatore potrà promuovere, ad esempio, collaborazioni tra il “suo” dipartimento e le altre scuole da lui visitate.

Raccomandazioni e spintarelle

I candidati dovranno accompagnare la loro domanda con almeno tre lettere di presentazione: la disposizione è stata criticata in quanto renderebbe in qualche modo ufficiale la pratica della “spintarella”. Il ministro Mussi ha difeso l’innovazione affermando che le lettere di referenza sono “la prassi” in altri paesi. Il ministro sembra però trascurare perché questa prassi è usata e ha grande peso in altri paesi. Se un professore raccomanda uno studioso di scarsa qualità, ne subirà lui stesso le conseguenze: ad esempio, successivi candidati sponsorizzati dal referente (suoi studenti o collaboratori più giovani) non verranno presi seriamente. Il referente perderà parte del suo prestigio – avrà più difficoltà a pubblicare i suoi scritti, a essere invitato a conferenze, e così via. Inoltre, le lettere di referenza non possono essere lette dal candidato e vengono inviate separatamente dal resto del materiale per la domanda. Questo conferisce al referente la libertà di essere del tutto onesto sulle qualità del candidato.
Responsabilità e segretezza sono necessarie affinché le lettere siano non solo credibili, ma anche uno dei criteri più importanti per valutare un candidato, come avviene in particolare negli Stati Uniti. Senza responsabilità del referente le lettere sono prive di qualsiasi valore informativo. Senza queste condizioni l’introduzione delle lettere è del tutto inutile.

Il mercato non è (necessariamente) la giungla

Il limite di fondo nell’impianto della riforma, confermato anche da numerosi interventi del ministro Mussi, è la diffidenza aprioristica verso il mercato, visto come una giungla senza regole dominata dal “più forte”. Ma è davvero così che opera il mercato accademico?
Negli Stati Uniti come in Canada e in diversi paesi europei, quando un dipartimento ha una posizione da offrire, la pubblicizza tramite annunci sulle riviste specializzate o su appositi siti internet. I ricercatori interessati inviano il loro curriculum, le loro pubblicazioni e chiedono ai loro professori di scrivere le lettere di referenza. Se il dipartimento è interessato, invita il candidato, lo intervista, e gli/le fa presentare un proprio lavoro di fronte a una platea di altri professori e studenti. Dopo aver ascoltato tutti i candidati, il dipartimento decide se avanzare un’offerta. L’offerta (posizione, salario, condizioni di lavoro) è individuale e può variare da persona a persona, a seconda, ad esempio, di quante altre offerte un certo candidato ha ricevuto – un indicatore, oltretutto, della buona qualità del ricercatore, grazie alla molteplicità di valutazioni.
La procedura è pressoché la stessa per qualsiasi disciplina, dall’economia alla biologia, dalle scienze politiche alla fisica. I criteri di valutazione sono accettati e standardizzati: rigore scientifico, riconoscimenti nella comunità scientifica internazionale, abilità di insegnamento. Ci sono poi altre regole a cui le università si attengono, in questo caso differenziate in genere per disciplina. Ad esempio, il mercato si apre solo in alcuni mesi: da gennaio a marzo-aprile per gli economisti, e da ottobre a gennaio per i politologi. Oppure, esistono conferenze come la American Economic Association all’inizio di gennaio, o la Academy of Management in agosto, in cui domanda e offerta si incontrano in un unico luogo fisico, dove si concentrano le interviste e poi le offerte. Ogni candidato viene valutato da più dipartimenti. E la presenza di criteri oggettivi e accettati rende le valutazioni, anche se in parte contrastanti, compatibili e confrontabili, offrendo così un quadro relativamente accurato della qualità di ogni candidato.
La comunità scientifica si è quindi dotata di istituzioni e regole, più o meno formalizzate, che dirigono il mercato dei ricercatori e professori, senza bisogno di interventi esterni. Un processo ben diverso dalla visione naif del mercato secondo Mussi.
Pur con le inevitabili imperfezioni, un sistema basato sul mercato ottempera a diverse funzioni senza interventi regolatori, se non quelli stabiliti internamente dalla comunità scientifica stessa: valutazione dei ricercatori, multipla ma su basi comuni; incentivi alla ricerca di qualità; premi e incentivi ai ricercatori più meritevoli; abbinamento di ricercatori e dipartimenti a seconda delle specifiche caratteristiche degli uni e degli altri. E, ovviamente, fondi per la ricerca che dipendono dalla produttività scientifica dei dipartimenti.
Perché in Italia si continua invece ad andare avanti a colpi di ulteriori leggi, comitati, commissioni centralizzate? Forse, come indica Vito Tanzi
in un recente intervento su lavoce.info, ciò si deve a ignoranza dei principi dell’economia e dei meccanismi di base che governano le organizzazioni umane. Oppure, più semplicemente, ci si arrende di fronte alle resistenze degli interessi costituiti e ci si accontenta di riforme di facciata, che fanno contenti gli elettori distratti, ma che di fatto poco incidono sullo status quo?


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I soliti veti

di Roberto Defez (Ricercatore-biotecnologo dell’ Istituto di Genetica e Biofisica CNR)

Sul sito web della Società Italiana di Genetica Agraria è disponibile il testo di un appello per la ricerca sugli OGM vietata solo in Italia.

Per aver fatto qualche timido tentativo di ristabilire la legalità, l’attuale Ministro de Castro e’ stato preso di mira da Coldiretti che organizza l’11 luglio una manifestazione di piazza contro di lui.

Ancora una volta gli OGM li possiamo acquistare a milioni di tonnellate, ma non si possono studiare, li possiamo usare come mangimi per fare latte, prosciutti e formaggi di altissima qualità, ma è vietato solo in Italia farne una valutazione scientifica.

Questa volta la lotta impari è con Coldiretti, ma ancora una volta è importante stabilire il concetto che gli scienziati non sono nè pazzi nè incoscienti e che le decisioni politiche devono poggiare su solide basi scientifiche e non su credenze o ideologie che nascondono piccoli interessi commerciali.

http://www.siga.unina.it/Appello_OGM.html

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Abolizione del valore legale del titolo di studio

di Guido Fusco

Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 26 novembre ha marcato l’importanza di una vera rivoluzione liberale per rilanciare la competitività, sottolineando dei punti chiave su cui agire, tra cui l’abolizione del valore legale della laurea. Tema trattato anche nel suo ultimo libro, Lobby D’Italia. A rispondere Giavazzi ci ha pensato pochi giorni dopo sul Riformista Figà Talamanca, il quale reputa massimalista tale proposta. Partendo dalla comparazione internazionale, la contrapposizione tra modello italiano (valore legale) e modello anglosassone (assenza di valore legale), Talamanca asserisce che in Inghilterra << non è stato il mercato a decidere chi erano scientificamente più validi, ma commissioni nazionali (…) Forse, ma il valore legale della laurea non c’entra nulla>>.Supponendo che il valore legale del titolo di studio è ininfluente per un controllo di qualità - come reclutare i migliori - può invece essere ragguardevole sulla competizione di qualità tra le istituzioni formative ai diversi livelli. La richiesta di abolire il valore legale dei titoli di studio trova una motivazione di tipo “strategico”, collegata a prospettive culturali e programmatiche di lungo periodo. Si pensi alla valorizzazione delle libere iniziative espresse dal corpo sociale e dalla società civile contro lo “statalismo”. L’esigenza di varietà dei modelli e delle esperienze educative contrapposta alla prevalenza –basata sulla forza del valore legale dei titoli - della scuola statale; si postula in questo caso che la scuola è, per i suoi fini, soprattutto servizio della società piuttosto che dello Stato. Proprio lo Stato deve rendere possibile la mobilitazione di tutte le forze educative del paese al fine di accelerare un progresso civile che viene stimolato dall’accelerazione dell’innovazione tecnologica. Per non parlare dell’opportunità di esplorare, nell’istruzione primaria e secondaria, alternative al modello della “parità scolastica”, che appare ingessante nei confronti delle scuole non statali costrette ad ottenere il riconoscimento del valore legale del titolo, ma non libere per l’ordinamento. Mi sembra dunque enfatico il termine massimalista attribuito a Giavazzi. Anzi, difendere il valore legale della laurea sottolineando che non ha un valore direttamente abilitante alle professioni, ma costituisce solo una qualifica di natura scientifica, mi sembra più un’apologia a quelle lobby che Giavazzi mirabilmente ha smascherato nel suo bel libro.

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