Archivio di: Agosto, 2007

Dichiarata la tregua

di Fernando Meschino

E così dovrebbe arrivare la “tregua”… Questa volta mi sento in dovere di riconoscere al Dispensatore di grandi orazioni (tutti ricorderanno la “filippica” contro il gen. Speciale, degna del miglior Demostene), oltre che di stridenti tassazioni, che termine più appropriato non avrebbe potuto scegliere. Saprà certamente, il tracotante TPS, che le tregue vengon dopo le guerre e che gli italiani forse in guerra ci si sentono davvero. Non prenderanno giammai i fucili, come minacciato da Bossi in un eccesso di impeto antifiscalista in quel di Bergamo, ma i poveri, vessati contribuenti del Bel Paese non riescono affatto a rassegnarsi a sacrificare metà dei frutti delle proprie fatiche sull’altare di uno Stato che, ladrone magari non sarà, sprecone lo è senza dubbio. Dopo l’inversione di rotta segnata dalla parentesi berlusconiana, nel 2006 la pressione fiscale è salita di ben 2 punti percentuali, ma lo sa bene il nostro ministro. L’anno scorso, il ferreo Tommaso, incarnazione sbiadita di quel rigore fatto uomo che era Quintino Sella, ci aveva spiegato, alterato dal montare del malcontento popolare contro la Finanziaria, che il carico tributario era stato ridistribuito a favore dei ceti più deboli. Adesso, dopo l’armistizio cui è stato obbligato da una nazione che si sente sventrata come da un lungo bombardamento, senza colpo ferire o pudori, sostiene esattamente il contrario: sollecitato da una domanda del presidente della Commissione Finanze della Camera, il ministro ha riconosciuto che “il carico fiscale non è equamente distribuito”, pur non avendo rimproveri da farsi.
Sarà davvero una tregua, come promesso?? Non vorremmo che si trasformasse in un coprifuoco, in cui le vessazioni avvenissero in modo occulto, anziché alla luce del sole, e si scoprissero quando ormai ad esse non si potrebbe più rimediare, come sovente accaduto in passato.

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Cambiamo tutto per non cambiare niente

di Giovanni Meschino

Il mondo politico è in evoluzione, ha capito che la gente incomincia a non fidarsi più, che il popolo non è più disposto a mangiarsi sempre la stessa minestra.

Il popolo ha capito che le cose non vanno come dovrebbero, che tutti i guasti provocati negli anni passati hanno un prezzo. Prezzo che viene scaricato interamente sulle loro spalle. La gente ormai si è resa conto che i veri responsabile dei danni fatti alla nostra nazione continuano come se niente fosse ad andare avanti!

La preoccupazione dei politici è ormai molto evidente ed ogni loro azione è protesa quasi esclusivamente verso la conservazione, a tutti i costi, delle “poltrone” occupate.

Tra le grandi manovre in corso nello scacchiere politico è visibile a tutti il tentativo di cambiare esteticamente le formazioni politiche. A sinistra assistiamo ai pomposi giri di valzer in corso per la “creazione” del Partito Democratico e a destra si parla sempre più di partito unico. Al centro poi, in modo più o meno palese, tentano di riesumare qualcosa che dovrebbe rassomigliare alla estinta Democrazia Cristiana. Tutte iniziative di grande spessore politico secondo i promotori, ma cosa porteranno di nuovo, di utile per noi del popolo?

Vedere e sentire tutto questo movimento sicuramente confonde le idee e qualcuno probabilmente si fa convincere che la creazione del “Partito Democratico” a sinistra, del “Partito della Libertà” a destra o di una “nuova” Democrazia Cristiana a centro porterebbero grandi vantaggi. Io sinceramente vedo solo possibili grandi vantaggi per i soliti noti.
Cosa può mai significare per noi questo grande sforzo (anche economico) per presentarci qualcosa di nuovo a sinistra, a destra o a centro se a manovrare e comandare sono sempre gli stessi?

Quando ero ragazzo, sentivo parlare di Veltroni, Bindi, Casini, Mastella, etc. ed oggi a distanza di tanti anni sento parlare ancora di loro come se fossero una novità!
Io vi consiglio di lasciare perdere se ci dovete proporre sempre i soliti. Non basta cambiare abito: è arrivato forse il momento di cambiare “monaco”.

Abbiamo tutti capito che la formula è sempre la stessa: cambiare tutto per non cambiare niente.

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Il mercato non va all’Università

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da www.lavoce.info

Il 3 maggio, il ministro dell’Università e della ricerca, Fabio Mussi, ha presentato la sua proposta di regolamento per il reclutamento dei ricercatori.

Il nuovo processo consiste di due fasi. Nella prima, una commissione di sette revisori esterni (cinque italiani e due stranieri), effettua una scrematura dei candidati, sulla base delle “pubblicazioni scientifiche, o altre tipologie di prodotti scientifici”. Nella seconda fase, una commissione interna all’ateneo che ha bandito il concorso valuta:

a) i curricula scientifici e didattici;

b) le lettere di referenza sottoscritte da esperti esterni all’ateneo;

c) i giudizi espressi dai revisori esterni;

d) una prova seminariale pubblica;

e) i “pareri valutativi” espressi da “strutture didattiche e scientifiche dell’università ” dove il concorso è stato bandito.


La proposta Mussi rivela alcuni elementi di indubbia novità, che si richiamano al sistema anglosassone: dalle lettere di presentazione alla prova seminariale. Tuttavia, non pare destinata a incidere efficacemente sulla realtà universitaria italiana.
Ci soffermiamo su alcuni aspetti, espressione dell’errore di adottare solo alcune caratteristiche di altri sistemi, senza coglierne lo spirito complessivo. Più in generale, la riforma tradisce una profonda, ideologica diffidenza verso un meccanismo genuinamente di mercato, la sua capacità di autoregolarsi e correggersi, e il nesso inscindibile tra autonomia, potere e responsabilità.

Mercato, centralizzazione e affinità elettive

L’intervento di una commissione centrale, anche se consentisse una classifica “assoluta” dei ricercatori, non sarebbe comunque in grado di cogliere un aspetto cruciale: solo una valutazione decentralizzata da parte delle singole università consente di scoprire le affinità dei candidati con ogni particolare dipartimento. Nel mercato del lavoro, e in particolare in quello accademico, il “matching” di un ricercatore con un dato dipartimento è spesso tanto importante quanto la qualità assoluta del candidato secondo qualche parametro. Il costo di una cattiva allocazione dei professori nelle università può essere molto elevato in termini di minore motivazione e creatività nell’insegnamento e nella ricerca. Negli Stati Uniti, per esempio, vi sono università e dipartimenti che si specializzano nella ricerca, e altri che si specializzano nell’insegnamento, attribuendo quindi peso diverso alle diverse abilità di un candidato. Ogni università, o meglio ogni singolo dipartimento, dovrebbe avere il potere di scegliere il candidato più adatto alle sue caratteristiche e alla posizione che si apre.

Perché un limite al numero di domande?

La proposta Mussi impone un numero massimo di università a cui un candidato può fare domanda, per una data “tornata” di concorsi. I modelli accademici di maggior successo non hanno questi limiti. Anzi, potersi proporre in più dipartimenti svolge un importante ruolo nel buon funzionamento del mercato accademico. Visitandone un certo numero, un giovane ricercatore ha l’opportunità di farsi conoscere da più colleghi. E viceversa. Così, una volta stabilitosi in un ateneo, il ricercatore potrà promuovere, ad esempio, collaborazioni tra il “suo” dipartimento e le altre scuole da lui visitate.

Raccomandazioni e spintarelle

I candidati dovranno accompagnare la loro domanda con almeno tre lettere di presentazione: la disposizione è stata criticata in quanto renderebbe in qualche modo ufficiale la pratica della “spintarella”. Il ministro Mussi ha difeso l’innovazione affermando che le lettere di referenza sono “la prassi” in altri paesi. Il ministro sembra però trascurare perché questa prassi è usata e ha grande peso in altri paesi. Se un professore raccomanda uno studioso di scarsa qualità, ne subirà lui stesso le conseguenze: ad esempio, successivi candidati sponsorizzati dal referente (suoi studenti o collaboratori più giovani) non verranno presi seriamente. Il referente perderà parte del suo prestigio – avrà più difficoltà a pubblicare i suoi scritti, a essere invitato a conferenze, e così via. Inoltre, le lettere di referenza non possono essere lette dal candidato e vengono inviate separatamente dal resto del materiale per la domanda. Questo conferisce al referente la libertà di essere del tutto onesto sulle qualità del candidato.
Responsabilità e segretezza sono necessarie affinché le lettere siano non solo credibili, ma anche uno dei criteri più importanti per valutare un candidato, come avviene in particolare negli Stati Uniti. Senza responsabilità del referente le lettere sono prive di qualsiasi valore informativo. Senza queste condizioni l’introduzione delle lettere è del tutto inutile.

Il mercato non è (necessariamente) la giungla

Il limite di fondo nell’impianto della riforma, confermato anche da numerosi interventi del ministro Mussi, è la diffidenza aprioristica verso il mercato, visto come una giungla senza regole dominata dal “più forte”. Ma è davvero così che opera il mercato accademico?
Negli Stati Uniti come in Canada e in diversi paesi europei, quando un dipartimento ha una posizione da offrire, la pubblicizza tramite annunci sulle riviste specializzate o su appositi siti internet. I ricercatori interessati inviano il loro curriculum, le loro pubblicazioni e chiedono ai loro professori di scrivere le lettere di referenza. Se il dipartimento è interessato, invita il candidato, lo intervista, e gli/le fa presentare un proprio lavoro di fronte a una platea di altri professori e studenti. Dopo aver ascoltato tutti i candidati, il dipartimento decide se avanzare un’offerta. L’offerta (posizione, salario, condizioni di lavoro) è individuale e può variare da persona a persona, a seconda, ad esempio, di quante altre offerte un certo candidato ha ricevuto – un indicatore, oltretutto, della buona qualità del ricercatore, grazie alla molteplicità di valutazioni.
La procedura è pressoché la stessa per qualsiasi disciplina, dall’economia alla biologia, dalle scienze politiche alla fisica. I criteri di valutazione sono accettati e standardizzati: rigore scientifico, riconoscimenti nella comunità scientifica internazionale, abilità di insegnamento. Ci sono poi altre regole a cui le università si attengono, in questo caso differenziate in genere per disciplina. Ad esempio, il mercato si apre solo in alcuni mesi: da gennaio a marzo-aprile per gli economisti, e da ottobre a gennaio per i politologi. Oppure, esistono conferenze come la American Economic Association all’inizio di gennaio, o la Academy of Management in agosto, in cui domanda e offerta si incontrano in un unico luogo fisico, dove si concentrano le interviste e poi le offerte. Ogni candidato viene valutato da più dipartimenti. E la presenza di criteri oggettivi e accettati rende le valutazioni, anche se in parte contrastanti, compatibili e confrontabili, offrendo così un quadro relativamente accurato della qualità di ogni candidato.
La comunità scientifica si è quindi dotata di istituzioni e regole, più o meno formalizzate, che dirigono il mercato dei ricercatori e professori, senza bisogno di interventi esterni. Un processo ben diverso dalla visione naif del mercato secondo Mussi.
Pur con le inevitabili imperfezioni, un sistema basato sul mercato ottempera a diverse funzioni senza interventi regolatori, se non quelli stabiliti internamente dalla comunità scientifica stessa: valutazione dei ricercatori, multipla ma su basi comuni; incentivi alla ricerca di qualità; premi e incentivi ai ricercatori più meritevoli; abbinamento di ricercatori e dipartimenti a seconda delle specifiche caratteristiche degli uni e degli altri. E, ovviamente, fondi per la ricerca che dipendono dalla produttività scientifica dei dipartimenti.
Perché in Italia si continua invece ad andare avanti a colpi di ulteriori leggi, comitati, commissioni centralizzate? Forse, come indica Vito Tanzi
in un recente intervento su lavoce.info, ciò si deve a ignoranza dei principi dell’economia e dei meccanismi di base che governano le organizzazioni umane. Oppure, più semplicemente, ci si arrende di fronte alle resistenze degli interessi costituiti e ci si accontenta di riforme di facciata, che fanno contenti gli elettori distratti, ma che di fatto poco incidono sullo status quo?


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