L’inflazione delle promesse
Da un articolo di Petro Ostellino sul Corriere della Sera di Aprile 2006
Nella «campagna delle promesse fiscali» della Casa delle Libertà — ultima delle quali, in caso di vittoria elettorale, l’abolizione, da parte del governo, dell’Imposta comunale sugli immobili (Ici), che oggi serve a finanziare le spese sociali degli enti locali; abolizione che apre quindi un conflitto fra esecutivo e Comuni nel reperimento delle risorse a copertura del «buco» che così nasce — c’è un’affermazione di principio apprezzabile sotto il profilo liberale ma, sotto lo stesso profilo, manca un tassello.
L’affermazione di principio è che il sistema fiscale dello Stato moderno non è il tributo che gli antichi sovrani esigevano dai sudditi come riconoscimento della loro personale sacralità e della loro insindacabile potestà, ma una sorta di trade off, di scambio fra ciò che il cittadino paga e i «servizi» cosiddetti pubblici che lo Stato gli fornisce. Non a caso, i parlamenti democratici sono nati proprio per controllare le spese del sovrano e conferire alla spesa pubblica il carattere di bene collettivo.
I contraenti del «patto fiscale» sono dunque due: il cittadino che deve pagare le tasse, assolvendo un «obbligo politico» e persino morale; lo Stato che deve assolvere i suoi compiti al servizio del cittadino, per legittimare politicamente ed eticamente l’imposizione. Se lo Stato non li assolve, o li assolve male, per il cittadino rimane l’obbligo politico — che comporta la sanzione in caso di inadempienza — ma viene meno quello morale, che è a fondamento del patto stesso. Da qui nasce e prospera il fenomeno dell’evasione.
Il tassello che, sotto il profilo liberale, manca alla «campagna delle promesse fiscali» della Casa delle Libertà è che ogni riduzione delle tasse — se non si accompagna a un programma di razionalizzazione della Pubblica amministrazione e che, soprattutto, apra «spazi di libertà» alla società civile — assume il carattere di una unilaterale «elargizione» da parte del «moderno sovrano»; lo stesso carattere che, per il verso opposto, aveva l’ingiustificata «prelazione» da parte dell’«antico sovrano». Da noi, ma non solo da noi, le tasse sono alte perché alta è la spesa pubblica; per lo più, perché lo Stato è diventato — come direbbe Max Weber — un organismo autoreferenziale che, come ogni burocrazia, si giustifica con la propria stessa esistenza. Costa perché si occupa di cose di cui non dovrebbe occuparsi; perché i servizi che fornisce al cittadino sono spesso oberati da sovraccarichi parassitari. La crisi di legittimità di cui lo Stato soffre nasce da tale degenerazione.
Da una coalizione che si definisce liberale c’era, dunque, da aspettarsi non tanto una «campagna delle promesse fiscali» — la riduzione delle tasse è una buona cosa, ma può venire solo dopo, non prima, di un’azione di radicale sfoltimento dei compiti dello Stato e, quindi, di riduzione della spesa pubblica — quanto un programma di liberalizzazioni e di privatizzazioni che si proponesse di realizzare una «società aperta», meritocratica, concorrenziale, competitiva. Quella «certa idea dell’Italia» che traspariva dal Contratto con gli italiani e che era stata alla base del successo elettorale del 2001, è finita in ostaggio, nel corso della legislatura, degli interessi organizzati e sembra ora appassita.
Né può essere di consolazione constatare che «una certa idea dell’Italia» — che non sia la perpetuazione di un’Italia corporativa e dirigista — non c’è neppure nell’Unione.
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