di Guido Fusco

Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 26 novembre ha marcato l’importanza di una vera rivoluzione liberale per rilanciare la competitività, sottolineando dei punti chiave su cui agire, tra cui l’abolizione del valore legale della laurea. Tema trattato anche nel suo ultimo libro, Lobby D’Italia. A rispondere Giavazzi ci ha pensato pochi giorni dopo sul Riformista Figà Talamanca, il quale reputa massimalista tale proposta. Partendo dalla comparazione internazionale, la contrapposizione tra modello italiano (valore legale) e modello anglosassone (assenza di valore legale), Talamanca asserisce che in Inghilterra << non è stato il mercato a decidere chi erano scientificamente più validi, ma commissioni nazionali (…) Forse, ma il valore legale della laurea non c’entra nulla>>.Supponendo che il valore legale del titolo di studio è ininfluente per un controllo di qualità - come reclutare i migliori - può invece essere ragguardevole sulla competizione di qualità tra le istituzioni formative ai diversi livelli. La richiesta di abolire il valore legale dei titoli di studio trova una motivazione di tipo “strategico”, collegata a prospettive culturali e programmatiche di lungo periodo. Si pensi alla valorizzazione delle libere iniziative espresse dal corpo sociale e dalla società civile contro lo “statalismo”. L’esigenza di varietà dei modelli e delle esperienze educative contrapposta alla prevalenza –basata sulla forza del valore legale dei titoli - della scuola statale; si postula in questo caso che la scuola è, per i suoi fini, soprattutto servizio della società piuttosto che dello Stato. Proprio lo Stato deve rendere possibile la mobilitazione di tutte le forze educative del paese al fine di accelerare un progresso civile che viene stimolato dall’accelerazione dell’innovazione tecnologica. Per non parlare dell’opportunità di esplorare, nell’istruzione primaria e secondaria, alternative al modello della “parità scolastica”, che appare ingessante nei confronti delle scuole non statali costrette ad ottenere il riconoscimento del valore legale del titolo, ma non libere per l’ordinamento. Mi sembra dunque enfatico il termine massimalista attribuito a Giavazzi. Anzi, difendere il valore legale della laurea sottolineando che non ha un valore direttamente abilitante alle professioni, ma costituisce solo una qualifica di natura scientifica, mi sembra più un’apologia a quelle lobby che Giavazzi mirabilmente ha smascherato nel suo bel libro.

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