La sindrome antiriformista
Da un articolo di Pietro Ostellino sul Corriere della Sera di Aprile 2005
Nel 2001, un certo numero di italiani, inferiore al totale dei consensi ottenuti dal centrodestra, aveva sperato fosse arrivato al governo un clone di Margaret Thatcher. Ma era solo Silvio Berlusconi. Ora, altri italiani, anch’essi minoritari rispetto ai consensi del centrosinistra, sperano che, nel 2006, arrivi al governo un clone di Tony Blair. Ma temono sia solo Romano Prodi. Forse però Berlusconi, che non è riuscito, o non ha voluto essere la Thatcher, e Prodi, che non è Blair, né, forse, aspira a esserlo, sono solo la metafora della «sindrome antiriformista», della quale, a destra come a sinistra, soffrirebbe il Paese. La domanda che ci si dovrebbe porre non è, allora, «da chi» gli italiani vogliano essere governati, bensì «come» vogliano essere governati. Di fronte al clamoroso fallimento del riformismo di centrodestra e alla preoccupante - ma non casuale - afasia di quello di centrosinistra temo che la non confessata e non confessabile risposta degli italiani sia questa: come lo siamo sempre stati. Le generiche dichiarazioni di buone intenzioni dietro le quali si barricano sempre più spesso i nostri uomini politici - «il Meridione non è un problema, è un’opportunità», «occorre recuperare competitività alla nostra economia»; Vendola che oppone ai dati del governatore uscente, Fitto, «la poesia» (e vince!) - non sono altro, infatti, che una sorta di abdicazione della Politica, con la «P» maiuscola, di fronte all’ostilità degli interessi organizzati per le riforme e persino al diffuso desiderio di conservazione della gente comune. Un modo della politica, con la «p» minuscola, di difendersi, rifugiandosi nell’ordinaria amministrazione. Direbbe il sociologo, sono il rifiuto, da parte dei singoli schieramenti, di individuare e definire una propria constituency, una propria «base sociale», nella convinzione di poter accontentare tutti.
Nei Paesi in cui la scelta di schieramento è anche scelta fra programmi alternativi, conservatore e progressista, chi ha un programma ben definito è condannato a scontentare qualcuno, i cui interessi il suo programma minaccia di mettere in discussione. E’ la logica della Politica. Ma, da noi - a differenza di quanto è accaduto nella Gran Bretagna della Thatcher e di Blair, negli Stati Uniti di Reagan, Clinton e Bush, e sta accadendo nella Germania di Schröder - la classe politica non sembra disposta ad affrontare tale logica perché sa che il Paese la punirebbe. Siamo tutti riformisti solo quando il riformismo riguarda gli altri.
Così, dopo la sconfitta, nel centrodestra è partita la corsa di tutti contro tutti al recupero dei consensi delle antiche clientele. C’è chi pensa si debba lisciare il pelo ai sindacati, rinnovando il contratto del pubblico impiego alle loro condizioni; riprendere a concedere sussidi a pioggia al Meridione e alle imprese; tollerare i molti parassitismi; non parlare più di liberalizzazione delle professioni, privatizzazione di certi servizi statali e locali, apertura al mercato del sistema finanziario. «Come prima, più di prima» recitava una vecchia canzone. E, probabilmente, già lo pensano molti, anche a sinistra. Per vincere le elezioni non servono i programmi. Anzi. E’ sufficiente, e meglio, ammiccare.
Si dice che ogni Paese abbia la classe politica che si merita. Il paradosso nostrano è che gli italiani sono riusciti sia a votare Berlusconi, credendolo il clone della Thatcher, sia a bocciare, poi, ciò che è stato e che, in fondo, più ne rifletteva i vizi. La parodia di una rivoluzione liberale. Annunciata e non realizzata.
Categoria: politica Non ci sono commenti
Lascia un commento
Dopo il tasto "Invia il commento" iscriviti ai commenti di questo post.
Informativa Privacy (art.13 D.Lgs. 196/2003): i dati che i partecipanti al Blog conferiscono all’atto della loro iscrizione sono limitati all’ indirizzo e-mail e sono obbligatori al fine di ricevere la notifica di pubblicazione di un post. Per poter postare un commento invece, oltre all’email, è richiesto l’inserimento di nome e cognome. Nome e cognome vengono pubblicati - e, quindi, diffusi - sul Web unitamente al commento postato dall’utente, l’indirizzo e-mail viene utilizzato esclusivamente per l’invio delle news del sito. Le opinioni ed i commenti postati dagli utenti e le informazioni e dati in esso contenuti non saranno destinati ad altro scopo che alla loro pubblicazione sul Blog; in particolare, non ne è prevista l’aggregazione o selezione in specifiche banche dati. Eventuali trattamenti a fini statistici che in futuro possa essere intenzione del sito eseguire saranno condotti esclusivamente su base anonima. Mentre la diffusione dei dati anagrafici dell’utente e di quelli rilevabili dai commenti postati deve intendersi direttamente attribuita alla iniziativa dell’utente medesimo, garantiamo che nessuna altra ipotesi di trasmissione o diffusione degli stessi è, dunque, prevista. In ogni caso, l’utente ha in ogni momento la possibilità di esercitare i diritti di cui all’ art. 7 del D.Lgs. 196/2003.


